Un grazie sentito a chiunque abbia partecipato.
Nonostante il mio umore persista nel suo essere altalenante e soggetto a momenti bui (apparentemente) immotivati, oggi mi sento decisamente frizzante e lieto, e pertanto ho deciso di donare a voi lettori tutti qui riuniti un giocondo e scoppiettante postapunti.
Sia lode a Paolo Richelli.
· Animal Collective mi perseguitano. Due buoni motivi per non ascoltare Animal Collective: 1) Se non siete persone dotate di una sensibilità musicale o quanto meno persone di larghe vedute, non perdete tempo con loro, li trovereste solo “noiosi e fastidiosi”(cit.); 2) Se siete persone con un cuore e tanta apertura mentale, ascoltandoli capirete di trovarvi di fronte a una realtà musicale unica nel suo genere e tutto il resto vi sembrerà inutile per molto, molto tempo.
Io sto cercando di disintossicarmi da loro. Ieri l’ho fatto con i Múm, e li ho (ri)trovati molto piacevoli e originali. Leggendo ho scoperto che una delle due ragazze che forma la componente femminile del gruppo è sposata con Avey Tare, elemento degli Animal Collective.
Ho capito che gli Animal Collective sono subdoli e meschini e che non sono ancora pronto per staccarmene.
· "Sciarada" e "Soundtrack for your acoustic summer" are the answer.
· Gli inutili abitati dei biologici. In verità sto amando tantissimo quasi ogni singolo abitante dei biologici. Ho trovato un mio equilibrio in quel posto, ci passo le mie giornate e la mattina svegliarmi alle sei e mezza per andare là mi fa anche piacere.
Oggi Capuzzo mi ha grezzamente pregato di tessere le sue lodi su questo blog. Dovete tutti sapere che oggi Capuzzo si è presentata con una mise da far polverizzare le suore. La minigonna più inguinale che il mondo abbia mai avuto la sventura di incontare. Al che sono partite innumerevoli sfrecciatine sulla falsariga di “Capuzzo, hai dimenticato di metterti i pantaloni” oppure di “Capuzzo, sei seduta come una baldracca d’altri tempi”, regolarmente seguite dalle sue risa da giovane alcolista. Ora, come potrei elogiare una cosa simile?
Dal canto suo, Sara è sempre più saputella e sputasentenze, e nemmeno le mie minacce di “sbatterle la testa contro il muro finché non sputa tutti i denti” bastano a tenere a bada la sua spocchia petulante. Tuttavia, ora che abbiamo una certa confidenza, non lesina episodi di demenza degni dei peggio psicopatici (tipo Capuzzo o un certo Pazzo di nostra conoscenza), ma su questo torneremo in un punto seguente.
Nila è tamarra. E un po’ hipster.
Michi e Lollo sono sprofondati nel baratro della Biochimica e non credo ne riemergeranno tanto presto (in verità sono solo due cazzoni).
· Ai biologici in verità vantiamo anche coppie di pazzi agguerriti, coppie di persone orribili che però non possiamo non amare, innumerevoli amori saffici in procinto di sbocciare, rinomate vene toraco-epigastriche che permettono di evitare l'imabarazzo di certi momenti, perfidi oculisti e personaggi che scattano memorabili foto con tanto di flash nel bel mezzo delle lezioni. Ma queste sono altre storie.
· Statistica e i tòpi. L’esame di Statistica e Matematica è stata una specie di farsa. Al liceo le mie interrogazioni di matematica sembravano scene tratte dai film di Gus Van Sant, fatte di occhiate complici e lunghi, estenuanti silenzi. Erano a dir poco imbarazzanti. Memore di queste mie esperienze, non mi sono prodigato più di tanto per questo esame, conscio delle mie ridicole capacità. La cosa comica è che in quelle tre ore di delirio nell’aula A sono riuscito a sfornare qualcosa di dignitoso che è riuscito a farmene uscire con un voto non meglio precisato tra un 24 e un 25. Ovviamente ben lungi dai picchi massimali di De Simone e Capuzzo (che non manca di rinfacciarmelo a oltranza, anche dopo che le ho fatto notare che è come bullarsi di aver vinto una gara di velocità con un azzoppato!).
Ma tornando a cosa più serie: oggi il nostro adorabile sosia di Geologist (vedi: Animal Collective) si è esibito in un’esplosiva e commovente ostentazione della sua conoscenza della fonetica italiana, proponendoci un marcatissimo “Prendiamo otto tòpi, a caso!" ("a caso!" va pronunciato con particolare enfasi e con un piglio demente), frase che ha suscitato l’ilarità dei bambini delle elementari che siamo io e Martina, che non abbiamo smesso di ridere tutta l’esercitazione. Che miserevoli buffoni.
· Kit “Serata perfetta”. Oggi avevamo voglia di mangiare sano, così abbiamo preso un’insalata (originaria di Cerro) con mais e formaggio e l’abbiamo mangiata completamente scondita all’ombra delle fronde degli alberi del parco dell’ospedale. Dopo il pasto frugale, allietato da una Capuzzo che si faceva sempre più spudorata con le sue movine da sgualdrinella, ci siamo ritrovati con tutte le bustine di olio, pepe e sale donateci dalla gentile signora del bar (“Un toast!”). A questo punto abbiamo deciso di fare un pacchettino contenente tutti i condimenti per preparare un’insalata a lume di candela, e abbiamo aggiunto un preservativo che un ragazzo colto da un eccesso di pietà aveva donato (senza secondi fini) alla disgraziatissima Capuzzo, vedendola vagare senza metà con i suoi cenci millimetrici.
“Così puoi bruciano tutte le calorie assunte con i nutrienti”, ci ha spiegato lei, maliziosa. Ovviamente i destinatari del pacchettino non possono essere rivelati.
In ogni caso, Capuzzo si è ripresa il suo preservativo. Come volevasi dimostrare.
· Città e campagna. La mia fase metropolitana, nella quale mi ritrovavo a vagabondare per le periferie di diverse città dei dintorni spesso alla ricerca di locali e concerti, sembra essere in pausa. In questi giorni mi trovo molto più a mio agio in campagna, davanti a panorami aperti e a crepuscoli, in silenzio, a parlare seduto sull’erba. Credo rispecchi la mia volontà di sentirmi bene, in tutti i sensi.
· Velieri. Sto ricominciando a frequentare (più) intensamente un amico, dopo certe discussioni molto sentite che abbiamo avuto, e mi fa molto piacere. Mi sentivo un po’ smarrito e mi ha fatto piacere confidarmi con qualcuno riguardo cose molto personali e poi sapere di poter fare affidamento su di lui. Troppe persone sono disponibili solo a parole. Mi ha aiutato a prendere decisioni, suo malgrado, e spero che ora andrà tutto meglio.
· Concerti. Sabato scorso sono andato alla Fnac a sentire gli Afterhours che presentavano “Il paese è reale”. Nonostante la mia riluttanza a farmi piacere questo loro progetto (ma la partecipazione dei Mariposa è sacra), sono riuscito a farmi convincere a prendere il biglietto per il loro concerto al Teatro Romano. Hanno suonato “Male di miele”, giocando poco leale. Ma in fondo voglio loro bene.
Il 30 andrò anche al concerto dei Marlene, sempre al Teatro Romano. Ho paura di restare deluso, ma ci vado molto volentieri comunque. Capita in un periodo ad hoc.
Il 31 Yo
· Camerastilo. I Camerastilo non sono morti. Hanno comprato mezza linea jazz della Fender (vantiamo Jazzmaster, Jaguar e Jazz Bass) e ora stanno componendo pezzi nuovi e rendendo quelli vecchi più graffianti. Anche se il cosmo sembra odiarli, non si danno per vinti. Pare che finalmente riusciranno a suonare davanti a persone vere, di nuovo.
· It’s gonne be perfect from now on. Hai capito bene. Non tutto è un caso.
· La cosmologia della mia esistenza (di Sarades)

· I miei vicini di casa stanno facendo un rosario con tutto il vecchiume del vicinato, sotto la mia finestra. Spero che “Finally We are No One” dei Múm riesca a conciliarli. Li trovo molto più “religiosi” di tutte le loro canzoni.
Listening: Green Grass of Tunnel - Múm
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A volte le situazioni fanno il giro. Cosa intendo dire parlando di cose che “fanno il giro”?
È un concetto relativamente semplice, che definii con Anita durante una delle innumerevoli bellissime conversazioni sconclusionate che negli ultimi anni ho avuto con lei. Per definire quando una cosa “fa il giro” dobbiamo innanzitutto immaginare ogni sfumatura di qualche aspetto della realtà come parte di una circonferenza, che contiene la gradazione di quella cosa da un estremo “positivo” a uno “negativo” suo contrario. Se avrete immaginato tutto nel modo corretto (un semplice schema e un compasso potrebbe aiutare i più duri di comprendonio) avrete in un punto solo la massima gradazione negativa e nel punto infinitesimale vicino la massima positiva.
Ora, una cosa “fa il giro” quando diventa talmente radicato un aspetto da apparire esattamente il contrario, superare quel punto infinitesimale che separa un attributo dal suo contrario. Per esempio, ci sono persone così di destra da essere quasi di sinistra, o musicisti così indie da essere diventati spocchiosi. Hanno fatto il giro.
Ecco. Negli ultimi due giorni la mia situazione ha fatto il giro.
A volte desideriamo così tanto una cosa che poi ci accorgiamo che in verità non la desideriamo affatto. Almeno, credo.
“Che tu solo lo sappia per vero, tutto qua.”
Listening: Un sollievo - Marlene Kuntz
Quando ti strappano pezzi di lingua condannandoti a sputacchiare sangue e parlare solo con lunghe vocali, hai molto tempo per pensare, e, come potrà garantirvi la mia amica filiforme e isterica, la mia tendenza a viaggiare nei ricordi e a riflettere sul mio passato ha raggiunto il massimo storico in questi ultimi mesi.
Avrei voluto parlare con qualcuno, e non è stata tanto la lingua sforacchiata a costringermi a un ansioso silenzio, quanto il senso di mediocre desolazione che aleggiava in questi lunghi pomeriggi. È una sensazione sempre più forte, quella che provo, la percezione di essere rimasto bloccato in un bel ricordo, in qualcosa di indistinto e probabilmente nemmeno tanto vero, un epoca idilliaca finita per tutti, tranne che per me.
Ho pensato alle relazioni con gli altri, alla difficoltà di ricondurre le sensazioni a delle categorie spesso troppo strette, al duellare silenzioso ma estenuante tra razionalità e sentimento, a quanto tutto sembrasse una grande bolla di sapone, splendente ma pronta a scoppiare, leggera e armoniosa, ma in balia delle correnti più disparate. E il presente è arrivato, la bolla è scoppiata e il botto dell’esplosione si è portato via tutti, e mi ha lasciato qui, con in testa una manciata di ricordi, tanti pensieri e timori, la voglia di parlare con qualcuno che davvero sapesse dirmi qualcosa, sapesse farmi sentire qui, adesso.
Poi sei arrivata tu. “Ti porto in un posto bellissimo”. E mi ci hai portato.
Non c’erano le stelle. Non ci sono stati nemmeno i fenomeni paranormali, se si esclude un cavallo che ronzava. Abbiamo camminato per strade sempre più buie, poi ci siamo seduti. L’aria era umida, un freddo umidiccio che entrava nelle ossa. Dei fari odiosi ci accecavano quando cercavamo di guardarci negli occhi.
Eppure era tutto perfetto. Così perfetto che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento mi è sembrato inutile, finto, costruito. Mi sono lusingato così tanto di quello che avevo pensato e vissuto, che è stato quasi sconvolgente rivederlo riflesso in qualcun altro.
Sconvolgente e intenso. Genuinamente, naturalmente sincero.
Un giorno dovrò andare a vivere in un posto in cui si sente l’odore dell’erba bagnata.
“Era una santa gatta, sapeva anche leggere l’ora”
Listening: Deeper Into Movies
Questo blog sta diventando troppo serio(so), e io non penso di essere una persona troppo seria. Urge qualcosa di altamente cretino per riportare nella media il livello dello humor (una media molto, atrocemente bassa).
Frugando nei meandri della mia cartella, ho ripescato parte di un vecchio regalo idiota che io e Lucia avevamo fatto al perfido Gnappi per il compleanno. Avevamo comprato un bastone di plastica che suonava come una trombetta, una coroncina di plastica tremendamente kitsch, uno struzzo di peluches marca Trudi che avevamo trasformato, memori di una lezione di storia (forse arricchita da particolari di nostra fantasia), in un tacchino psicopompo (non ricordo per quale bizzarra cultura il tacchino accompagni le anime nell’aldilà) con la sola forza della nostra miserevole immaginazione.
Per dare un senso al nostro regalo, avevo scritto delle istruzioni, liberamente ispirate a quelle dell’aspirina.
KIT DI SOPRAVVIVENZA A TACCHINI PSICOPOMPI™
PRIMA DELL’USO
Questo è un medicinale di Automedicazione che potete usare per curare l’avvento inatteso e transitorio di tacchini psicopompi senza ricorrere all’aiuto di sacerdoti Maia.
Può essere quindi acquistato senza ricetta ma va usato correttamente per assicurarne l’efficacia e ridurne gli effetti indesiderati.
*per maggiori informazioni rivolgetevi a uno sciamano Maia.
*consultate il sacerdote Maia se il tacchino non desiste dal tentare di portarvi via l’anima, anche dopo un breve periodo di trattamento.
Composizione
Un kit contiene:
principi attivi: tacchinina deionazzata struzzata
eccipienti: uno struzzo di peluche (da ora in poi denominato “tacchino”), una coroncina di plastica oscena, un bastone da passeggio ricurvo e vagamente sonante.
Come si presenta
Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ si presenta esattamente come lo vedi.
Che cos’è
Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ è un kit di sopravvivenza a tacchini psicopompi, con un vago retrogusto di fragola.
Perché si usa
Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ si usa per la terapia sintomatica degli stati di agonia e delle sindromi di decesso o morte. Mancanza di vita, sepoltura, assenza imprevista di battito cardiaco, puzza di pollame, accenni di carenza di anima.
Ogni sintomo è accompagnato dalla presenza di un Tacchino Psicopompo.
Allevia i dolori mestruali.
Quando non deve essere usato
Ipersensibilità verso i componenti o altre sostanze strettamente correlate dal punto di vista chimico: in particolare verso il tacchino, la plastica e il cattivo gusto. Incontrastabile tendenza al buongusto, cura della propria immagine, dignità, funzioni vitali in generale.
Ultimo trimestre di gravidanza.
Non associare ad alcol: i tacchini notoriamente non lo reggono. E un tacchino ubriaco non è mai un bello spettacolo.
Cosa fare durante la gravidanza e l’allattamento
Nel caso si presenti, uno volta accertato lo stato di decesso, uno stato di gravidanza, consultare il medico senza indugio.
Probabilmente, dato il vostro decesso, state per dare alla luce la reincarnazione di Satana (vedere: utilizzo combinato di Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ e Kit di sopravvivenza a Satana™).
Precauzioni per l’uso
L’assunzione del prodotto deve avvenire ad anima funzionante.
Se l’anima risulta assente, rivolgetevi al tacchino che probabilmente ve l’ha rubata.
Quali medicinali o alimenti possono modificare l’effetto del medicinale
Insomma, stiamo solo parlando di un tacchino, un bastone e una coroncina. Dai.
È importante sapere che
Il cavallo di Napoleone non era necessariamente bianco
Come usare questo medicinale
Quanto
1 tentativo ogni caso di decesso o assenza di anima. Gli esperti sostengano che in caso di mancata efficacia, sia impossibile assumere ulteriori dosi di medicinale
I soggetti anziani, se opportunamente morti, dovrebbero attenersi ai dosaggi minimi sopraindicati
Quando e per quanto tempo
Ogni volta che ce ne sarà bisogno, per quanto ce ne sarà bisogno. E…buona fortuna. Davvero.
Come
In tutta sincerità, non esiste un utilizzo preciso degli eccipienti del medicinale, ma sono qui di seguito presentate alcune strategie dedite all’imbroglio del Tacchino Psicopompo e ad evitare la perdita di vita ed anima che ne consegue.
Inoltre, tutto ciò che il Kit contiene è dannatamente chic.
Al presentarsi del tacchino:
a) Posizionare sul capo
b) Prendere il Bastone Storto, farlo suonare qualche volta schiacciando la punta al suolo e improvvisare un numeretto di tip tap. Se il tacchino avrà un discreto senso dello humor, e se voi sarete abbastanza bravi, riuscirete a farlo desistere dal rubarvi l’anima.
Scarpe da tip tap, abiti ed altri eventuali orpelli non sono inclusi nel Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™.
c) Ponete il Tacchino del vostro Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ di fronte al vero Tacchino Psicopompo. Sperando in un vaga miopia e in una rilevante stupidità del vostro avversario, potreste convincerlo che quello che esso ha di fronte sia davvero un altro tacchino, con il quale potrebbe stringere un legame, sposarsi, avere dei figli e un casa, o anche semplicemente uscire per una birra e due passi.
I Tacchini Psicopompi non amano essere presi in giro: se si accorgeranno della vostra messa in scena, sicuramente cercheranno di vendicarsi nel modo più deturpante, doloroso, imbarazzante, vilipendioso, puzzolente, agreste, pudico, violento, sanguinoso, sciatto, malevolo, bestiale possibile. E non scherzo.
d) Utilizzate uno qualsiasi degli oggetti del Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ come arma, cercando di fracassare il cranio del Tacchino prima che lui lo faccia a voi.
Questa strategia è sconsigliata a chi è particolarmente impressionabile.
e) Lasciare perdere questo inutile Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™ e cercare di scappare il più velocemente possibile. In fondo i Tacchini non sono famosi per la loro velocità. Men che meno quelli psicopompi.
Cosa fare se avete preso una dose eccessiva di medicinale
In caso di ingestione accidentale di una dose eccessiva di Tacchino, del digestivo può bastare.
In caso di ingestione accidentale di una dose eccessiva di Bastone Storto o di Piccola Corona Argentea, avvertite immediatamente il medico e rivolgetevi al più vicino ospedale.
Cosa fare se avete dimenticato di prendere una o più dosi
Poco male, probabilmente siete già morto e la vostra anima è già nell’aldilà.
Effetti dovuti alla sospensione improvvisa del trattamento
Morte, assenza di anima.
Effetti indesiderati
Nel corso di trattamenti con Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™, come con gli altri farmaci antinfiammatori non steroidei, possono manifestarsi, per lo più su pazienti sensibili o particolarmente stupidi, disturbi legati all’anima (assenza, improvviso alleggerimento, fuoriuscite incontrollate, flussi abbondanti). L’incidenza e l’entità di questi disturbi risulta estremamente variabile in relazione alla massa e le abilità persuasive del Tacchino, alle dimensioni e la purezza della vostra anima. I pazienti che hanno venduto la propria anima potrebbero trovare inutili gli effetti di Kit di sopravvivenza a Tacchini Psicopompi™.
Il rispetto delle istruzioni, ma soprattutto dei Tacchini, riduce il rischio di effetti indesiderati. Questi effetti indesiderati sono generalmente transitori, poiché solitamente ad essi sopraggiunge la morte o l’assenza di anima. È importante comunicare al sacerdote o allo sciamano la comparsa di effetti indesiderati non descritti nel foglio illustrativo. Sempre che il Tacchino vi lasci vivere abbastanza per farlo.
Scadenza e Conservazione
Questo medicinale, in ogni caso, non durerà mai meno delle vostra vita. Si prega di conservare in luogo fresco e asciutto, possibilmente lontano dai pollai.
Tra pollame ci si intende, psicopompo o no.
Tenere il medicinale lontano dalla portata dei bambini o dei tacchini.
Ancora di più dei bambini-tacchino.
Questa volta non sono scappato. O almeno, non da cose importanti. Sono scappato da un esame che non avevo preparato e che ho dato a caso per l’ennesima volta, da un pomeriggio che so mi avrebbe dato solo noia o anche una discreta dose di malumore. Niente di serio. Quella a Venezia non posso chiamarla fuga. Per diversi motivi.
Fondamentalmente, quando scappi, non progetti, non ti sforzi di capire cosa cerchi oltre la routine, nelle pieghe più recondite delle tue giornate. Quando scappi prendi di botto e vai via, non necessariamente lontano, esci da una situazione, perché può essere troppo difficile da gestire, troppo difficile da portarsi dietro. Io non ho fatto questo. Ma l’esatto contrario. Io sono andato a Venezia, in modo propositivo, non per evitare qualcosa, ma semplicemente perché sapevo che là avrei trovato quello che sto cercando da tempo, spesso nei posti sbagliati.
Forse, sotto sotto, cercavo anche il mare, qualche albero, una panchina.
Livia mi ha accolto a Venezia, nella sua casetta simil-parigina. Nei suoi racconti il suo monolocale sembrava semplicemente un “tugurio ad alta quota”, uno sputo catarroso tra i tetti di una bella zona. Ovviamente, come al solito, faceva la tragica. Il suo monolocale si è piazzato subito al primo posto nell’hit parade delle casette universitarie che ho visitato negli ultimi anni. Direi che è quasi il mio ideale di casetta universitaria. È accogliente, piena di stampe e quadretti, foto e fiorellini, lampade sparse ovunque e tante cose colorate, piene di ricordi e di un’unicità che ha reso quella singola stanza una vera casa. Fuori dalla finestra, dalle piscine vuote si è passati ai tetti con sopra piccoli fili d’erba e piantine spontanee. Mi sono divertito a immaginarmi lì con qualche libro di filosofia sulle ginocchia, o a fissare per un momento il cielo bianco dalla finestra, mentre disegno qualche progetto per un edificio immaginario.
Camminare per Venezia è un’emozione, e tutto quello che si può lamentare riguardo all’inutilità di gran parte delle proposte per le serate urbane sbiadisce di fronte alla bellezza di certi angoli e di gran parte delle vie in cui ci si trova a passeggiare. Io e Livia abbiamo parlato a lungo in queste ventiquattro ore, e Venezia l’abbiamo percorsa più o meno tutta, fermandoci di quando in quando emozionati per la vista di qualcosa di particolarmente bello. Bello e nascosto.
Camminando di notte in mezzo ai padiglioni chiusi della biennale ho pensato tanto agli ultimi anni, al tempo che passa e che torna sempre, il leit motiv di questi miei ultimi mesi, che sono rotolati via oltre un passato che sembra sempre starmi alle calcagna. Il mare rimane sempre lì, i secondi e i minuti sembrano oscillare avanti e indietro con le onde pacate mentre parliamo, mentre fissiamo i nostri piedi, mentre ci sorridiamo e cerchiamo di rimettere insieme i tasselli di un quadro a volte confuso. Il mio quadro. Tutto rimane fermo alle dieci e cinque, e i silenzi non sembrano a me così pesanti come lo erano stati tante volte in passato. Sono silenzi pieni, in fondo.
“Ti aspetti che io dica qualcosa?”
“Non mi aspetto niente”
listening: Gold Soundz - Pavement
Avrei voluto scrivere qualche momento particolarmente simpatico come l’imminente crollo del letto sospeso e la mia conseguente morte, o le lunghe e concitate discussioni riguardo a lenzuola e paia, a lampioni rosa e lampioni gialli, ma fondamentalmente quando scrivo qui divento mediocremente malinconico. Come l’Accademia delle Mediocri Arti, a cui potrei iscrivermi in futuro.
Ho passato due giorni bellissimi, felicissimi ma senza un motivo preciso, quei giorni in cui ti svegli sorridendo e lo stesso sorriso è quello che ti ritrovi sulle labbra giusto un istante prima di addormentarti e anche lo stesso che vedi riflesso sullo specchio al risveglio, la mattina dopo.
Gli anni tornano sempre due volte, e se prima sorseggiavi orzo in montagna, poi ti ritrovi sulle scricchiolanti sedie della tua dannatissima cucina, tenendo in mano tazze colme di the verde. Parli a bassa voce, e se una volta lo facevi per non svegliare il neonato del piano di sotto, ora lo fai per non disturbare la nonna, al piano di sopra. Ma in fondo ti rendi conto che stai parlando della stessa cosa di cui parlavi otto mesi fa. Anzi, non parli, siedi e ascolti, in silenzio. Forse non dovresti, perché ascolti racconti tanto tristi, ma ti senti tanto felice, il tuo cuore batte nella tua gola.
Ho passato due giorni di un’inutilità spaventosa.
I’ve been sitting here too long, and I’ve been wasted. Volevo studiare, ma non riuscivo ad aprire libro, ogni occasione per perdere tempo è stata sfruttata al massimo. Ho fissato il vuoto in diversi eterni momenti, e mi ritrovavo regolarmente a pensare a tante cose più cospicue del gocciolare costante di quei minuti afosi da prematura estate.
E mi sono resto conto che ci sono troppe cose finte. Spesso, ma non sempre, mi trovo circondato da persone che non conosco veramente, faccio cose che non vorrei fare, mi lascio trascinare da una corrente lenta e implacabile. L’esistenza a volte può diventare un susseguirsi di rituali più o meno evanescenti, rassicuranti ma sintetici, un anestetico contro il vuoto dietro l’angolo, contro la sfida quotidiana con le molte possibilità.
È sera tardi quando penso che non credo che questa sia esattamente la vita per me. Un paio di giorni fa,a quest’ora, tu eri qui e mi raccontavi tante cose, mi facevi sentire parte della tua vita, come non sentivo di esserlo da tempo. E mi mancavi, cazzo. Eppure mi mancavo tanto anche io.
Io mi sforzo di mettere l’altro sul mio piano, di pensare che ho davanti qualcuno che può pretendere almeno quanto pretendo io. Non voglio ferire più nessuno, per quanto è possibile. Per quando mi è possibile.
Pensare di poter non ferire mai nessuno è la più grande follia, è l’ennesima finzione messa in scena per cercare di non ferire sé stessi, per cercare di coprire con qualcosa di troppo piccolo il buco che le grandi occasioni mancate hanno creato.
Ora non so cosa mi aspetta nel prossimi giorni, non so quali occasioni avrò l’occasione di sprecare, non so nemmeno cosa voglio.
Ma so che gli anni tornano sempre due volte, e io questa volta voglio essere preparato.
“Raccontami qualcosa di bello”
“Mmmh… Fammi pensare cosa potrei raccontare.”
“Qualsiasi cosa”
“Non mi viene in mente niente”
listening: cause=time – broken social scene
La (maledetta) primavera è tornata anche questa volta e si fa sentire con tutta la sua charme fancazzista. La mia voglia di studiare, la voglia di studiare collettiva, sembra essere scemata come un ghiacciolo sotto il tiepido sole di queste giornate primaverili, questo maledetto sole che sa tanto di vacanze e di pomeriggi sui prati.
Nemmeno i biologici sono più un deterrente abbastanza forte, capace di contrastare la mia voglia di vagabondare. Le mattinate scorrono tra chiacchiere inutili, regali alcolici, momenti di allegra ipocondria, acidità non indifferente (ma non di stomaco), progetti per un’estate che sappiamo non arriverà mai, passeggiate nel parco dell’ospedale con amichette menomate e vagamente tossiche. Di tutte le cose che i biologici avrebbero potuto rappresentare, l’ultima che mi sarei aspettato è proprio una sorta di “secondo maffei”. Maledizione.
“Diciannove anni sono pochi, venti sono troppi”. Leggo il messaggio di Zeno e sorrido pensando che, anche se non sono più un teenager, la mia voglia di adolescenza è a dir poco tremenda, coadiuvata da questi sopraccitati pomeriggi primaverili. Delle serate molto liceali, pizza e chiacchiere al castello, vagabondaggi alla ricerca di un gelato, la città illuminata e parte di quelle persone che , più o meno direttamente, facevano parte della mia realtà liceale.
E “My Plug” degli Yuppie Flu, mentre il sole tramonta. Una sensazione strana, un misto di ansia e di esplosiva eccitazione. È come se tutto fosse cambiato, ma solo superficialmente. E sono sempre quel ragazzino che salta le prime ore per parlare con qualcuno, che ha il terrore di lasciarsi sfuggire qualcosa di speciale, nascosto dietro l’apparenza delle sciocchezze, del tempo buttato.
Ormai ho compiuto diciotto anni abbastanza volte da capire che quell’ansia, quella felicità agitata e un po’ confusa, non passa con i giorni, non puoi evitarla. A volte è necessario fermarsi e contemplarla: “It’s time to get back the old trash”.
Ancora non riesco a bere
listening: My Plug - Yuppie Flu
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Esco dal locale che non è nemmeno mezzanotte, ma non saprei stimare nemmeno a grandi linee la durata del tempo trascorso al buio nel locale. Le luci della città nella notte sembrano cento volte più intense di quanto non lo fossero poche ore prima, il rumore della città sembra invece meno frastornante, un po’ perché il mio udito deve ancora tornare a funzionare al massimo della sua efficacia, un po’ perché le mie orecchie ora sono molto più propense a cogliere l’ordine e la melodia nel tuonare di una Milano che si sta svegliando.
Camminiamo nella notte per molto tempo, seguo discorsi che mi divertono ma che non riescono a riportarmi del tutto nelle mie scarpe, in mezzo alle centinaia di persone che scorrono nelle strade come fiumi, un caos che forse semplicemente è horror vacui, un affaccendato non far nulla, giusto per non percepire il vuoto. Intervengo ridendo, cercando di mostrare l’interesse che provo, conscio di essere palesemente molto lontano da tutto, lontano da quella tiepida notte metropolitana.
Le strade pian piano si fanno sgombre, qualcuno un po’ alticcio inciampa su un marciapiede e incespica ridendo. I palazzi dai Navigli a Porta Romana scivolano lentamente dietro di noi, ci ritroviamo al quinto piano, davanti alla porta della casetta di Jacopo. Lui non c’è, ma c’è tutto quello che ci ha lasciato, disposto con cura. Questo lo rende quasi presente. Buonanotte. Mi sdraio sul letto, scrivo un paio di messaggi senza la consapevolezza assoluta delle parole che digito. Guardo il soffitto, finalmente al silenzio. Un silenzio leggero e sussurrante, simile alla luce giallo-arancione che entra dalla finestre, enormi piscine vuote all’orizzonte.
Parlo spesso di musica con Martina. Lei la sa lunga, con quei suoi occhiali dalla montatura nera, spessa e rilucente, le sue scarpe bordeaux e quei pantaloni neri che mettono in risalto i suoi tratti sottili e decisi. “Il mio album più vecchio è degli anni novanta”, dice, ridendo ironicamente, consapevole di mentire, ma stiamo giocando, e lo sappiamo bene entrambi. “Il mio è del 2009. Dovresti ascoltare più musica degli anni Zero”, rispondo, servendomi di parole non mie, ma che calzano a pennello.
Mai come quella sera a Milano ho sentito così intensamente e direttamente sulla mia pelle quella che io vivo come la musica degli anni Zero. Non credo che sia stato il miglior concerto a cui abbia mai assistito, e comunque sarebbe una frase che non ha senso. Ma di certo questo concerto è entrato nei miei ricordi, si è mescolato alle vie grigie di Milano, alle mie conversazioni degli ultimi tempi, a tutti i desideri che si sono avverati o a quelli che un giorno potrebbero farlo, a tutti i ricordi fatti di biciclette e locali colorati, alle persone che ho conosciuto da poco, o che ho conosciuto meglio. Me compreso.
I grandi teli bianchi sono illuminati con colori fluorescenti, percussioni e bassi sembrano uscire dalla terra, un canto un po’ sacrale e un po’ irrazionale e spontaneo si innalza oltre la barriera dei riverberi e di un’elettricità che è genuina come una fonte montana o il sorgere del sole. C’è gente che salta, gente che sorride, gente che chiude gli occhi. Siamo una specie di grande collettivo animale, non ci conosciamo ma siamo tutti lì, in quel momento.
È tutto molto metropolitano, ma è anche luminoso, rassicurante e toccante.
Mi fa pensare a un filo d’erba, spuntato di nascosto nella notte, oltre le colate di cemento delle strade milanesi.
Devo ancora riprendermi del tutto da questa immersione nella musica degli anni Zero.
listening: fireworks - Animal Collective
Questa sera sono rimasto a casa. Sono abbastanza cotto e preferisco risparmiarmi per serate che offrono qualcosa di più valido di un diggeiset. È ricominciato tutto da una settimana, ed è molto tosto, non tanto per le lezioni, quanto per il carico di studio, talmente oneroso che i pomeriggi e le serate passati a studiare sembrano pochi minuti trascorsi a sfogliare dei libri che non riuscirò mai a finire in tempo. In realtà sono abbastanza fiducioso (ma non troppissimo) anche per questo secondo semestre, un po’ perché il primo è stato un buon modo per testare le mie capacità e rapportarle alle richieste della facoltà, un po’ perché quello che sto studiando mi piace molto ed è capace di catturarmi. Insomma, va tutto bene.
Scrivo poco su questo blog.
È da molto che non scrivo. A volte, in questi mesi, mi è venuto in mente qualcosa da scrivere, perlopiù perle di saggezza spicciola come quelle che a volte mi sbilancio a scrivere in quei momenti di ispirazione (o presunta tale). Ma poi quando iniziavo a scrivere, irrimediabilmente mi rendevo conto di quanto le cose che avrei scritto sarebbero state banali o, peggio ancora, non partorite dalla mia limitatissima mente. Il liceo classico è un danno. Ti fa capire quanto sei stupido.
Ma ora sto ascoltando Painful* degli Yo
Eppure ho così tanta voglia di quelle estati, di quelle foto, di quelle canzoni alla sera, di quelle feste in cui mi sbronzavo un po’ e mi sdraiavo su un prato e chiacchieravo un po’ con qualcuno. La primavera sta arrivando, e sinceramente ho davvero tanta, forse troppa fiducia in lei.
Mentre cerco di scaricare l’album dei Crystal Antlers, che sono andato a sentire ieri sera (rimettendoci buona parte dell’udito ma divertendomi assai), scorro vecchie pagine di vecchi blog che al liceo leggevo sempre, che leggo tutt’ora. Cerco una spiegazione, cerco uno specchio in cui rivedere queste sensazioni dolci e amare che provo ormai da mesi, che sto elaborando e maturando. E trovo un post di Anita, un post scritto due anni fa. Era il post dedicato alla mia festa di compleanno. Il mio diciottesimo, una grande festa a casa sua, a quella che poi sarebbe diventata la meravigliosa e indie Casetta Lou Fai, sede di concerti estivi, di feste che tutti ricordano con una certa nostalgia. Anita aveva iniziato da poco l’università, quando ha scritto quel post. Come me in questo preciso momento.
È un post molto intenso, pieno di bei ricordi, ma anche molto confuso. Un groviglio di retrospettiva e di proiezione verso il futuro. Scommetto che mentre lo scriveva pensava a tutto quello che si stava lasciando dietro, a quanto fosse strano trovarsi improvvisamente ospiti della propria esistenza, estranei alla propria normalità. Eppure, credo che sentisse anche lei come me il futuro metterle le mani sulle spalle, spingerla avanti, cordialmente, ma inesorabilmente.
La primavera è arrivata di nuovo. E' come un pugno che mi arriva dritto nello stomaco mentre pedalo in via dei Mille. Mi dice che è passato un altro anno da quando è arrivata l'ultima volta.
* Per i veri nerd: quello alla fine di “Superstar Watcher” non è l’inizio di “Story of Yo




